N’importe quoi! (Scattata con instagram)
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Paragoni arditi su la Lettura, con il Corriere della Sera di oggi: nuovi romanzieri, da Jonathan Littell a… (Scattata con instagram)
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In questi convulsi ultimi giorni mi è dispiaciuto molto non avere a disposizione uno spazio radiofonico, mi sarei piuttosto divertito: ma ormai è passata, non credo succederà di nuovo. Non importa, abbiamo da fare comunque. Una delle cose più tristi della fine del capo del Carroccio è stata la sua resa finale. Un’intervista - quella della notte stessa, quella del TgCom, che ispirava pietà. Poi, altre parole roboanti, sì ma quasi senza voce, come cambiano le cose, come cambiano.
Poi ho visto un inutile, lunghissimo, assolutamente irrilevante dibattito sull’articolo 18. Articolo che riguarda un massimo di 200 lavoratori in tutto il territorio nazionale, ma che è diventato il simbolo di qualcosa, qualcosa che tutti capiscono, che tutti possono appoggiare. Ecco il vero danno fatto dalla comunicazione di massa. Che tu dici Articolo 18, che non significa nulla, e tutti capiscono. Invece, dall’altra parte, quando una di queste multinazionali (di cui tanto vagheggiamo investimenti in Italia) licenzia, lo fa a frotte di 1500, 2000, 5000 persone. Ma no, noi discutiamo dell’articolo 18. Venite a investire da noi! Risolveremo il problema della giustizia! Niente articolo 18, niente statuto dei lavoratori!
Quello che sta accadendo in realtà è che nel mondo si profila sempre di più una concorrenza sleale, e nessuno la vuole veramente sanzionare. Cioè noi europei, che siamo la culla della civiltà e abbiamo conosciuto centinaia di anni di lotte sociali e sindacali per avere un trattamento dignitoso, accettiamo che in altre parti del mondo esista lo schiavismo, e permettiamo ai paesi che con lo schiavismo si sono arricchiti, di competere con noi, allo stesso tavolo, allo stesso mercato, fino al punto che ci stiamo facendo rendere schiavi noi, solo per entrare in concorrenza con loro. Il meccanismo da adottare è esattamente opposto. Gli altri, tutti gli altri paesi che si stanno arricchendo alle nostre spalle devono dare dignità al lavoro, e quei lavoratori, che sono la maggioranza assoluta del mondo, pretendere gli stessi diritti che fino ad oggi abbiamo avuto noi.
Come si fa per fare questo? Si usa la politica. Si usa l’embargo, si usano sanzioni internazionali. La Cina non può più agire nel libero mercato se non lascia almeno la trasparenza nelle informazioni. Come si fa a fare libero mercato senza almeno l’informazione? Questo è un paradosso infame del quale chiunque si riempie la bocca di parole come ‘libero mercato’ dovrebbe vergognarsi. La politica dovrebbe oggi non andare a elemosinare investimenti in Cina, ma poi che investimenti? Quale cinese dovrebbe mai investire in Italia, e perché? Si dovrebbe andare in Cina per rimettere in galera gli schiavisti, creare le condizioni per un lavoro onesto e dignitoso per le popolazioni, impedendo i paradisi fiscali, e i paradisi di mano d’opera. Invece non lo si fa, perché le nostre aziende sono schiaviste, perché le società per azioni sono schiaviste, perché tutto il complesso finanziario è composto da schiavisti.
Così, che diventino schiavi anche tutti gli altri! Diventeremo schiavi per poter competere con i paesi schiavisti. Questa è la più grave onta, la più pesante vergogna che porteremo sulle nostre teste, davanti ai nostri figli.
Ma finché lo schiavismo è nascosto dalla percezione di essere fortunati, perché in fondo ancora possiamo sopravvivere, tutto questo passa sotto i nostri piedi senza far rumore. Abbiamo in fondo anche l’intima convinzione che la situazione verrà al pettine da sola. Quando tutto il mondo sarà schiavo, e poi più schiavo, e poi più schiavo ancora, la macchina non potrà più essere governata.
A margine di questo mi passa vicino una sensazione molto triste: in questa situazione, ove vige l’assoluta mancanza di contatto tra l’economia vera, quella che arricchisce in modo smisurato, che muove il denaro, con il movimento delle merci, reale, tangibile, e il movimento delle idee, da tempo noi non produciamo più nulla di concreto; (semmai lo trasportiamo). La nostra è solo produzione di idee. Alla produzione di idee si stanno cominciando ad abituare un po’ tutti, ma in generale la qualità del nostro lavoro è scaduta in modo tragico. Tranne che in alcuni meravigliosi casi, si percepisce tutti i giorni la svogliatezza, la pigrizia, il disamore per il lavoro, fatto perché va fatto, con tutte le conseguenze del caso. Il servizio scade sempre di più. Le grandi imprese non credono neanche ai loro prodotti, credono solo alle rendite finanziarie. E tutto il tessuto connettivo e sociale si sfalda lentamente. La mancanza di diritti rende il lavoratore praticamente inutile, una macchina alienata, come il Chaplin di Tempi Moderni, solo che sono per noi i cervelli che vanno in automatismo, non più gli arti.
Di questo, nei vertici, negli accordi continui tra i nostri politici e i nostri sindacalisti, non credo si parli. Dell’abbrutimento di una nazione, di un complesso di nazioni, dello sfaldamento della socialità reale - trasferita nel virtuale - non si parla. Siamo persi nel mondo globalizzato, c’è gente che bara e tutti noi, sotto sotto, stiamo ad aspettare il gigantesco crollo, sulle nostre teste. Da una vita in Italia ci salutiamo così: Ciao, che vuol dire appunto: schiavo.

Rolling Stone, Marzo 2012
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